sabato

Sono ritornato al pranzo di natale.

Sono entrato nell'ultima stanza oggi, quella in fondo al corridoio e poi a destra.
Tutto intatto come un anno fa, e due anni fa, e tre, e quattro e chissà quanti altri che io non ricordi. Per me quella stanza è così da sempre.

E' la stanza in cui dormiva mio padre da ragazzo. C'è ancora il suo vecchio giradischi e gli album dei Queen, dei Beegees, di Santana e di Baglioni.
Baluardi di quegli anni '70 che hanno fatto storia.

Non entra più nessuno oggi in questa stanza.
E' una stanza dismessa, tipico delle case delle persone anziane.
Solitamente l'avvolgibile non viene mai alzato e mai abbassato. Rimane a metà.
A tutte le ore del giorno, la penombra si posa sulle polaroid d'altri tempi, sui mobili d'altri tempi, sugli odori di altri tempi.

C'è anche un carillon nell'ultima stanza in fondo a destra, in casa di mia nonna.
L'ho preso in mano, gli ho dato la carica e l'ho rimesso esattamente dove si trovava, perché quell'ordine naturale delle cose non venisse perturbato.

Dopo aver atteso un intero anno, le note metalliche del congegno si sono librate.
Una dopo l'altra, din din don doon din, con un'intonazione perfetta.
Un carillon non si "scorda". Un carillon non stecca.
Avrà fatto le prove già da qualche giorno. La notte probabilmente. Quando nessuno lo potesse sentire. Avrà fatto le prove per arrivare all’appuntamento di oggi preparatissimo, per un’esibizione senza sbavature.

Ha iniziato di gran lena il carillon. E poi ha rallentato il tempo, sfumando le note finali.
Ho atteso il tocco dell’ultima, quella che chiude il concerto, quella che arriva dopo uno o due secondi di silenzio di suspance.
Ho atteso l’ultima nota di “silent night” e sono ritornato in sala da pranzo. Sono ritornato al pranzo di natale di famiglia.

2 commenti:

  1. Viene da mettersi lì facendo piano per leggere senza disturbare...

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