sabato

Già saldo sui due uni!

Non sono uno di quelli che vedono nel primo giorno dell'anno, una immensa lampada dei desideri.
E neanche uno di quelli che temono funesti eventi provenire dall'ignoto dei 365 giorni ancora da venire.

Mi sono svegliato alle nove stamani.
Abbastanza tardi per sentirsi completamente rigenerato, abbastanza presto per non perdersi la giornata.

Non ho messo la sveglia.
Ho solo aperto un occhio e anzichè richiuderlo, come farei normalmente in un giorno di festa, ho aperto anche l'altro e d'impeto, senza pensarci due volte, mi sono alzato dal letto.

Trascinandomi sulle pantofole, ho fatto uno sbadiglio lungo quanto il corridoio che porta in cucina.
Tre minuti, il tempo per apprezzare nel profumo del caffè e del latte caldo, il buongiorno che una casa silente sa offrire.

Stringo la tazza e mi scaldo.
Stringo la tazza e mi allontano dal piano cottura. Cospargo l'ambiente della fragranza del mattino. Come fosse incenso.

Mi avvicino alla finestra. Un'occhiata al mondo: dorme.
Accendo la tv. Un documentario naturalistico, li adoro.

Una doccia, per il battesimo del nuovo anno.
Sento i muscoli del collo sciogliersi al getto caldo dell'acqua.
E poi i muscoli delle spalle, e poi la schiena e giù fino ai polpacci.
Le idee e i buoni propositi che si sprigionano, danzano tutto intorno come i vapori che inspiro.

La pelle fuma ancora mentre in accappatoio, davanti lo stereo, scelgo un cd di musica sinfonica.

Faccio pulizia di tutte le tracce della colazione rimaste sul tavolo e guardandomi attorno mi sento pronto a plasmare l'anno arrivato a modo mio.
Sono pronto a prendere per le corna il duemilaundici, praticamente sono già saldo sui due "uni"!

Sono ritornato al pranzo di natale.

Sono entrato nell'ultima stanza oggi, quella in fondo al corridoio e poi a destra.
Tutto intatto come un anno fa, e due anni fa, e tre, e quattro e chissà quanti altri che io non ricordi. Per me quella stanza è così da sempre.

E' la stanza in cui dormiva mio padre da ragazzo. C'è ancora il suo vecchio giradischi e gli album dei Queen, dei Beegees, di Santana e di Baglioni.
Baluardi di quegli anni '70 che hanno fatto storia.

Non entra più nessuno oggi in questa stanza.
E' una stanza dismessa, tipico delle case delle persone anziane.
Solitamente l'avvolgibile non viene mai alzato e mai abbassato. Rimane a metà.
A tutte le ore del giorno, la penombra si posa sulle polaroid d'altri tempi, sui mobili d'altri tempi, sugli odori di altri tempi.

C'è anche un carillon nell'ultima stanza in fondo a destra, in casa di mia nonna.
L'ho preso in mano, gli ho dato la carica e l'ho rimesso esattamente dove si trovava, perché quell'ordine naturale delle cose non venisse perturbato.

Dopo aver atteso un intero anno, le note metalliche del congegno si sono librate.
Una dopo l'altra, din din don doon din, con un'intonazione perfetta.
Un carillon non si "scorda". Un carillon non stecca.
Avrà fatto le prove già da qualche giorno. La notte probabilmente. Quando nessuno lo potesse sentire. Avrà fatto le prove per arrivare all’appuntamento di oggi preparatissimo, per un’esibizione senza sbavature.

Ha iniziato di gran lena il carillon. E poi ha rallentato il tempo, sfumando le note finali.
Ho atteso il tocco dell’ultima, quella che chiude il concerto, quella che arriva dopo uno o due secondi di silenzio di suspance.
Ho atteso l’ultima nota di “silent night” e sono ritornato in sala da pranzo. Sono ritornato al pranzo di natale di famiglia.

domenica

Dimmelo e poi qui, mettiamo un punto

Credo sia arrivato il momento di mettere un punto.
Questo sentimento indefinibile, questa cosa impossibile, sta diventando eterna e io non voglio.
Perché ti fa male quando stai per tornare a crederci e io ti riporto alla realtà.
Perché mi fa male chiamarti amore e sapere che in questo momento stai baciando un altro.

Lo sai, mi conosci, non so esserti amico. Solo amico.
Lo sai, mi conosci, non voglio esserti amico. Solo amico.

Preferisco piuttosto non sentirci più. Preferisco portarmi dentro il nostro amore speciale, così impossibile.

Voglio sentirmi di più per te.

Dimmelo ancora. Ti prego. Ancora un volta, dimmi che io per te sono un’altra cosa, che io sono io e lo sarò per sempre.
Dimmelo e poi basta. Dimmelo e poi qui, mettiamo un punto.