domenica

Quello che passa per la testa

Ho fatto visita alla nonna prima di ripartire. Il pomeriggio da lei passa così lento.
La misura del battito è diversa.
E' per lo meno il doppio.
Lei seduta su una poltroncina e i raggi del sole che entrano dalla finestra e si proiettano dapprima sul muro più a sinistra e poi, a fine giornata, raggiungono il muro più a destra. E lei ancora seduta su quella poltroncina.

Domani i miei battiti correranno all'impazzata. Nuove scadenze, altre consegne e tanto stress.
Feste finite. Si riprende.
Si stava così bene a colmare il tempo con un po' di tutto...
...di tutto quello che passa per la testa.

sabato

Ottobre Millenovecentouno

Sono stato ai giardini pubblici.
Per caso. Mi ci sono ritrovato per caso.
Ma avevo parcheggiato lì vicino e allora, di ritorno, “divagazione sul tema”. Tanto di questi giorni ho solo l’imbarazzo di colmare il tempo.

Mani in tasca, ho passeggiato un po’ e mi sono concentrato sugli odori, alla ricerca di un’aria che respiravo tutti i giorni quando avevo meno di sei anni.
E ho provato la sensazione di Totò in Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, che poi è l’emblema del “ritorno”. Di ogni tipo di “ritorno”, intendo.

Vent’anni che non ci mettevo piede.
Tutto congelato come allora, eppure così diverso.
Abbandonati. Completamente abbandonati i giardini pubblici.
Erbacce, muri crollati, un monumento in marmo bianco sfregiato da un graffito proprio accanto ad una targa di rame ossidato: “Alla cittadinanza, Ottobre 1901”.
Una panchina in ferro battuto divelta, un albero agonizzante, due bottiglie di vino vuote per terra.
Poi deserto. E desolazione.

C’erano le motorette una volta, quelle con i paraurti grossi di gomma tutto attorno. Quelle che davi 500 lire al tipo e ci giravi 5 minuti e se eri troppo piccolo salivi come passeggero sul sidecar.
E c’era anche il carosello. Che li avevi provati tutti i cavalli e ad ogni giro salutavi la mamma come fosse una gioia, ritrovarla lì al ritorno da un giro del mondo.

Sono rimasto mezz’ora poi sono andato via.
Ottobre millenovecentoeuno.
Un gran peccato però.


domenica

La chitarra non mi è mai piaciuta

La chitarra non mi è mai piaciuta.
Un po’ per il suono e un po’ per via di quelli che la suonavano. E la suonavano male.
Sandro, ad esempio. Che lo vedevi di giorno a mare e lo vedevi di notte in piazza, sempre vestito uguale.
Coi piedi sporchi e con quei 4 accordi, a modo suo faceva il “tramp”.
Non ha mai ingannato nessuno e neanche se stesso.

E “le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi”… per carità!

Ma ho riscoperto la chitarra e la potenza dell’arpeggio.
Il pizzico metallico che tocca l’anima.
E se la sapessi suonare, ieri sera, alla festa di fino anno, l’avrei presa e avrei cantato quella di Jovanotti,
quella che fa così...

Buon anno fratello
buon anno davvero
e spero sia bello
sia bello e leggero
che ti porti scompiglio e progetti sballati
e frutta e panini ai tuoi sogni affamati
e ti porti chilometri e guance arrossate
albe azzurre e tramonti di belle giornate
e semafori verdi e prudenza e coraggio
ed un pesce d’aprile e una festa di maggio

L’avrei suonata con tutto l’ardore che si ha ad un “inizio”.
L’avrei suonata per la ragazza con gli stivali viola, che era la più bella alla festa,
così bella che, già lo so, la penserò per un anno intero.
L’avrei cantata con l’emozione di un pensiero:
“E’ per te. Vieni via con me.”